Attirate dal progredire del mercato dei prodotti dell’agricoltura biologica, le grandi insegne di distribuzione vi si infilano, con la loro logica di volume e di prodotti standardizzati. Minacciando di industrializzare il biologico e di perderne i valori.

Un’esposizione rosso scuro  riprende i colori dei negozi Naturalia. Un reparto con merce alla rinfusa attira gli occhi appena si entra. Installato in un quartiere commerciale del 19° distretto di Parigi, questo negozio Carrefour bio riprende chiaramente i codici delle insegne specializzate. Bisogna avvicinarsi ai reparti per constatare la differenza: il verde del logo del marchio di distribuzione Carrefour bio domina, di fianco a marche sconosciute da Biocoop o La Vie claire.

“Questo mi sembra strano, un Carrefour bio. Un po’ incompatibile. Ma ci vado lo stesso”, ammette Nino. Il giovane è appena uscito dal negozio, un sacchetto di carta marrone in mano pieno di generi alimentari. “E’ pratico, e mi dico che è comunque un po’ meglio dei prodotti classici del supermercato”. Nei reparti, due persone anziane discutono dei prodotti di questo nuovo luogo di acquisto. Un venditore le consiglia. “Va bene!” approvano mentre escono.

Carrefour ha aperto più di una decina di magazzini di questo tipo nella regione parigina e a Lione: di piccole dimensioni, installati in centro città, che propongono solo alimenti biologici e prodotti certificati ecologici.  Non è la sola insegna della grande distribuzione a provare la ricetta. La rivista Linéaires ha fatto il punto fine settembre: Auchan ha appena aperto il suo secondo magazzino Coeur de Nature; Intermarché, Système U e Leclerc testano il concetto nella regione. Ma la più grande quota delle vendite bio si fa ancora nei grandi centri commerciali abituali, dove i reparti bio si moltiplicano, proponendo sempre più prodotti. Un esempio emblematico è quello del Monoprix, che, dal 19 ottobre ha convertito il suo sfilatino/pane di base al biologico. Il discount Lidt fine settembre ha lanciato la sua nuova gamma bio con una quarantina di referenze.  Carrefour  si attacca perfino al commercio tracciato: ha acquisito nel luglio scorso il leader della distribuzione di biologico su internet, Greenweez.

L’offerta tende a seguire l’evoluzione della domanda, con un aumento delle conversioni

“Non bisogna esser ingenui: il contesto è piuttosto fermo nella distribuzione alimentare, progredisce intorno l’1%, salvo nel biologico, che annuncia una crescita a due cifre. Ormai, una parte dei consumatori, per una parte dei loro acquisti, sono pronti ad uscire da sentieri conosciuti”, analizza Olivier Dauvers, specialista della grande distribuzione. Secondo il barometro dell’Agence bio per il 2015, 9 Francesi su 10 consumano biologico almeno occasionalmente. L’agenzia stima che, fine 2016 la cifra d’affari del biologico dovrebbe andare verso i 7 miliardi di euro, cioè un miliardo in più in un solo anno. Annuncia anche una crescita forte del 20% nel primo semestre 2016 paragonata al primo semestre 2015. Da notare che la grande distribuzione è a + 18% quando i magazzini specializzati sono a più 25% per lo stesso periodo. La ripartizione della torta che ingrandisce a vista d’occhio potrebbe dunque evolvere. Per il momento, la grande distribuzione ne detiene la quota più importante (fra 40 e 45% secondo le fonti), i magazzini specializzati una quota appena più piccola (35 a 40%), il resto va ai circuiti brevi.

L’offerta tende a seguire l’evoluzione della domanda, con un aumento delle conversioni. “Più di 21 nuove fattorie biologiche si sono installate ogni giorno in Francia nel corso dei primi sei mesi dell’anno”, si era congratulata l’Agence bio in settembre.

Parcelles agricoles proches des sources d'Armentieres, cultivees en bio

Così, oggi il biologico è messo a confronto con la sfida di conservare la sua anima malgrado questo cambiamento di livello. “In fondo, il sistema della grande distribuzione non è soddisfacente, ma oggi, se ne ha bisogno, riconosce Stéphanie Pageot, presidente della Fédération nazionale di agricoltura biologica (Fnab). Vorrebbero anche sviluppare il biologico. Dunque, tanto vale discutere per tentare di restare padroni della situazione”.

Per ricordare la sua visione del biologico, il sindacato ha adottato una carta nell’aprile scorso, che indica che “l’agricoltura biologica, al di là delle sole pratiche agrobiologiche contenute nel suo capitolato, costituisce un progetto di evoluzione profonda dell’organizzazione agroalimentare attuale per creare, in seno ad un movimento mondiale, un’economia locale e solidale”. Questi principi sembrano poco conciliabili con le pressioni della grande distribuzione per fare abbassare i prezzi, già descritte da Reporterre. “La grande distribuzione cerca un volume e dei prodotti standardizzati, dunque in una logica di industrializzazione della produzione alimentare”, nota Lionel Labit, amministratore di Nature & Progrès, uno degli organismi fondatori del biologico in Francia.

“E’ perché siamo organizzati  che ci è possibile parlare con la grande distribuzione”

Tuttavia, questa logica non sembra per il momento prevalere nella filiera bio. “Per soddisfare la domanda, le grandi insegne hanno bisogno di trovare dei fornitori. Esse hanno tutto l’interesse di sviluppare con loro una relazione costruttiva, dal medio al lungo termine. Non è la stessa relazione commerciale che sui mercati, dove conta solo il prezzo”, stima Charles Pernin, delegato generale di Synabio, sindacato delle imprese biologiche.

“Nel settore frutta e verdura, 65 partenariati sono stabiliti con produttori francesi”, si era vantato Luc Deschodt, acquisitore nazionale frutta e verdura da Auchan, in occasione di un incontro con gli agricoltori biologici in settembre. Stesso discorso da Carrefour: “ Nella Manche e in Bretagne, sono 20 anni che si sviluppa la filiera frutta e verdura”, afferma Philippe Bernard, direttore partenariato PME e mondo agricolo presso Carrefour. Système U collabora con Biolat, una cooperativa controllata ancora dai suoi contadini aderenti. Philippe Cabarat, che alleva delle vacche in biologico per la loro carne, è soddisfatto del partenariato del suo gruppo di allevatori, Unebio, con Auchan. “Gli anni di siccità, quando si rischia la mancanza di cibo per gli animali, organizzano la commercializzazione senza giocare sui prezzi”, spiega il presidente della commissione bio d’Interbev, l’interprofessione della carne.

Palettes

“E’ perchè siamo organizzati che ci è possibile parlare con la grande distribuzione”, ricorda Philippe Cabarat. Creato nel 2004 dai produttori che avevano grosse difficoltà a commercializzare la loro carne, Unebio conta 2300 allevatori di bovini, maiali, ovini, pollame e vitelli. “Si può rispondere alla domanda e si assicura un commercio equo con una trasparenza dei costi lungo tutta la filiera”. Unebio, Biolait o ancora Norabio intorno alle verdure in Hauts-de-France: questi gruppi di contadini biologici hanno strutturato loro stessi la loro filiera, e possono fornire grosse quantità per rispondere alle attese dei supermercati. E’ quello che ha permesso loro di mantenere la padronanza delle relazioni commerciali con la grande distribuzione.

Tuttavia, non è tutto roseo. “Per esempio, uno dei problemi sollevati riguarda i margini, determinati in percentuale, nota Philippe Cabarat. Questo aumenta fortemente il prezzo dei prodotti biologici, quando si vorrebbe un margine fisso, lo stesso del convenzionale, allo scopo di ridurre le differenze di prezzo”.

Il capitolato della produzione biologica non impedisce la sua industrializzazione

Soprattutto, le filiere dove i produttori non sono organizzati sono meno esemplari. Per esempio, l’uovo, uno dei prodotti più consumati in biologico, dipende da attori del convenzionale. “Sono gli stessi centri di condizionamento che vendono le uova, all’aperto o imballate in lotti. Spesso, schiacciano i prezzi sul biologico per vendere il resto”. Spiega Bernard Devoucoux, presidente della sezione bio di Synalaf (Sindacato nazionale dei marchi avicoli di Francia). Gli stessi problemi del convenzionale si ripercuotono sugli agricoltori: prezzi di acquisto troppo bassi, difficoltà a rimborsare i prestiti, dipendenza alla cooperativa che fornisce l’alimento e riacquista le uova. L’alimento può essere fabbricato partendo da soia importata piuttosto che prodotta nella fattoria, il numero di galline per sfruttamento non è limitato. Il legame al suolo e la creazione di impieghi agricoli, nozioni centrali per gli “storici” del biologico, non sono rispettati.

Il capitolato che fissa le regole della produzione biologica dunque non impedisce la sua industrializzazione. “Non c’è il limite della misura di sfruttamento, e nessun rapporto all’unità di lavoro umano”, nota Lionel Labit. Altro esempio, nel vino: “Il capitolato della vinificazione permette all’industria di beneficiare del marchio bio, mantenendo delle pratiche di grande intervento”, stima.

Altro dissenso al reparto frutta e verdura, questa volta: il rispetto delle stagioni. La grande distribuzione continua a vendere pomodori in inverno e per questo ne importa. Philippe Bernard, da Carrefour, lo riconosce. “90% dei nostri pomodori biologici sono francesi durante la stagione, da maggio a settembre. Il resto del tempo, le verdure spagnole e italiane, anche del Nord Africa, sono normali sui banchi. Nell’opera La Bio, entre business et projet de société (ed. Agone, 2012), Philippe Baqué racconta il suo reportage in Andalusia presso i produttori di fragole biologiche, destinate all’esportazione, in serra. Mano d’opera immigrata mal pagata e sfruttata, prosciugamento di risorse d’acqua …. Le condizioni sono le stesse che per gli sfruttamenti convenzionali del “mare di plastica”.

Produits Bio

Il giornalista riassume le sue inchieste riguardanti i prodotti importati (pag.111): Gli ordini della grande distribuzione necessitano di volumi importanti e di prezzi bassi, gli importatori privilegiano le zone di monocolture intensive. L’America latina è una delle grandi fornitrici di materie prime biologiche, grazie ad immense imprese controllate da potenti famiglie. Così, in Colombia, la famiglia Davila ha il dominio su migliaia di ettari di palme, che forniscono l’olio per la maggior parte dei trasformatori francesi (….). In Brasile, la famiglia Balbo (…..), leader per lo zucchero di canna biologico (è) proprietaria di oltre 20.000 ettari di canna da zucchero. Il gruppo fornisce (…..) Danone (jogurt Les Deux Vaches). Anche in Brasile e in Argentina, ci sono imprese di diverse migliaia di ettari che producono la soia biologica trasformata in Francia in alimento per animali”.

“La  concorrenza della Germania o della Danimarca, dove la produzione biologica è già intensiva”

Spesso, le materie prime importate si ritrovano nei prodotti trasformati: se in media 24% dei prodotti biologici consumati in Francia è importato, la proporzione per i prodotti dei negozi di generi alimentari sale al 52%.

Il biologico industriale ha quindi già il  suo posto nei grandi centri commerciali. I difensori di un biologico contadino, locale e sociale sono ben coscienti dei rischi. “Siamo molto prudenti, ripete Stéphanie Pageot, alla Fnab. Una delle sfide che dovremo gestire è la conversione delle fattorie sempre più grandi al  biologico, sempre più industrializzate” “Quello che ci fa paura, è che i grossi attori del convenzionale si mettano nel biologico e facciano del dumping: che acquistino più caro presso il produttore e rivendano a meno caro presso l’acquirente per crearsi un posto sul mercato”, confida Philippe Cabarat. Lato Nature & Progrès, Lionel Labit teme “la concorrenza della Germania o della Danimarca. Da loro la produzione biologica è già intensiva, e, a livello europeo, la Danimarca ha reclamato l’autorizzazione alla produzione di verdure biologiche fuori suolo”

Jus de fruits bio

Per gli attori storici del biologico in Francia, la posta di fronte all’interesse della grande distribuzione e di tutta la filiera agroalimentare per il biologico è dunque di conservare il dominio. Per il momento, i produttori fissano ancora le regole del gioco per un certo numero di filiere. Ma due pericoli appaiono all’orizzonte.

Prima di tutto, l’Unione europea si dirige verso un indebolimento delle condizioni del marchio, come l’ha rivelato Reporterre qualche giorno fa. “Se questo si conferma, dovremo appoggiarci su marchi privati più rigorosi come coerenza Bio”, anticipa Séphanie Pageot.

Poi, una dura battaglia si sta svolgendo attorno all’attribuzione degli aiuti all’agricoltura biologica. Anche qui, Reporterre ha raccontato come la regione Rhone-Alpes – Auvergne affida il biologico all’agro-industria convenzionale. E il movimento potrebbe continuare nelle altre regioni.

Fonte: Reporterre.net / Marie Astier / novembre 2016

Foto:. chapô : Un rayon bio en supermarché. Flickr (Pierre-Alain Dorange/CC BY-SA 2.0)
. prairie : © Arnaud Bouissou/Terra
. jus : © Bernard Suard/Terra
. fruits et palettes : © Laurent Mignaux/Terra

Articolo da me tradotto dalla lingua francese –

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