Portata da un’immagine verde e dai finanziamenti europei, l’energia idroelettrica conosce multipli progetti nei Balcani. A scapito delle popolazioni locali interessate e a detrimento di ecosistemi ancora preservati.

. Tirana (Albania), corrispondenza

“Non toccate la Valbona!” “Lasciate liberi i fiumi!”  Il sole autunnale appena sorto, le grida e gli slogan di una trentina di manifestanti risuonano fino alle più alte cime delle “Alpi albanesi”. Incastrata fra le montagne del Montenegro e del Kosovo, la valle della Valbona è stata a lungo una delle regioni più isolate d’ Europa. Le acque cristalline del suo fiume e il fragile ecosistema che la circonda attirano da qualche anno migliaia di persone in cerca della natura selvaggia.

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“Gli sbarramenti distruggeranno le rare fonti di reddito degli abitanti. Senza turismo, come potranno guadagnarsi da vivere in una regione così trascurata?”  Dopo aver lavorato una quindicina di anni all’estero, Ardian Selimaj è ritornato per investire nel paese dei suoi antenati. I suoi piccoli chalet in legno si fondono con la vegetazione alpina. Ma, a solo qualche decina di metri, le betoniere sono all’opera. Malgrado l’opposizione rumorosa degli abitanti e dei militanti ecologisti, il letto del fiume è già alterato. “Se la Valbona è cementificata, non sarà più un parco nazionale ma una zona industriale”, si dispiace Ardian Selimaj, gli occhi umidi.

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Gli sbarramenti che si costruiscono ai confini albanesi non sono dei casi unici. “I Balcani sono uno dei punti caldi della costruzione di centrali idroelettriche. Quasi 3.000 ne sono previste o già in costruzione!”  Militante ecologista viennese, Ulrich Eichelmann si batte da quasi trent’anni per la protezione dei corsi d’acqua d’Europa. La sua ONG, RiverWach, è in prima linea contro le 2.796 centrali che ha recensito nel sud-est del continente. Dalla Slovenia alla Grecia, rari sono i corsi d’acqua risparmiati da questo “tsunami di dighe”.

Un disastro ambientale che si fa spesso con il sostegno del contribuente europeo

“Le ragioni dell’esplosione del numero di questi progetti sono multiple, commenta Ulrich. La corruzione, la cattiva comprensione delle poste climatiche in gioco, gli interessi finanziari che vi trovano le banche e le istituzioni finanziarie, l’estrema debolezza dell’applicazione delle leggi …….” Nelle società maltrattate dalla corruzione, gli investitori non fanno fatica a far valere i loro interessi presso i dirigenti. Questi si affrettano a metter loro il tappeto rosso. E sono poco inclini ad applicare la loro propria legislazione ambientale: 37% delle dighe previste sono in mezzo a zone protette.

Parco nazionale o zona Natura 2000, dei punti caldi della biodiversità mondiale sono così minacciati. Un disastro ambientale che si fa spesso con il sostegno del contribuente europeo. “Nel 2015, abbiamo constatato che la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Berd) aveva finanziato 21 progetti in zone protette o valorizzate a livello internazionale”, commenta Igor Vejnovic, dell’ONG Bankwatch-CEE. Mentre l’Unione europea (UE) promuove ufficialmente le norme ambientali nella regione, si ritrovano le sue due grandi banche di sviluppo dietro a numerose costruzioni di centrali. Igor Vejnovic denuncia “un sostegno a dei progetti che non sarebbero autorizzati dalla legislazione europea in vigore”.

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Un sostegno finanziario che è del resto difficile da stabilire. “Il loro numero è probabilmente ancora più elevato, assicura Igor Vejnovic, perché la Banca europea di investimenti (BEI) e la Berd finanziano queste centrali tramite intermediari regionali e le due banche rifiutano sistematicamente di identificare i portatori dei progetti invocando la riservatezza del cliente”. Clienti che fanno spesso poco caso agli obblighi legali. Secondo Bankwatch-CEE, numerosi studi d’impatto ambientale sono stati raffazzonati  o falsificati. Irregolarità alcune volte così caricaturali che hanno portato le due banche europee a sospendere, almeno, i loro prestiti a importanti progetti nel parco nazionale di Mavrovo, in Macedonia. Le sue foreste danno rifugio ad una delle specie più minacciate al mondo, la lince dei Balcani.

Grazie a una geografia montagnosa ed a una storia recente relativamente risparmiata dalle fasi distruttrici dell’industrializzazione, i corsi d’acqua dei Balcani offrono ancora dei paesaggi spettacolari e una natura selvaggia. Le loro acque cristalline e preservate danno rifugio a circa 69 specie di pesci endemici della regione, fra cui il famoso salmone del Danubio, in pericolo di estinzione. Una spedizione di qualche giorno sulla Vjosa, il “cuore blu dell’Europa”,  ha permesso così la scoperta di una specie di plecotteri e di un pesce ancora sconosciuti dalla scienza. Un tesoro biologico sconosciuto i cui giorni sono pertanto contati. Malgrado le conseguenze catastrofiche, i piccoli sbarramenti di meno 1 MW si moltiplicano: questi non necessitano generalmente di nessuno studio di impatto ambientale.

La determinazione delle popolazioni locali ha fatto regredire numerose dighe

Lodata per il suo carattere “rinnovabile”, l’idraulica rappresenta il 10% del parco elettrico francese e circa il 17% dell’elettricità prodotta sul pianeta. Beneficiando della relativa conversione del settore energetico allo sviluppo detto “durevole”, gli sbarramenti sono in piena espansione attraverso il globo. Gli industriali dell’acqua non esitano a ripetere: l’energia idraulica, “soluzione di sicuro avvenire”, non emette né gas a effetto serra, né inquinamento. Queste affermazioni sono tuttavia contraddette da studi recenti. Poco ritrasmessi  nei grandi media, essi dimostrano che gli inquinamenti causati dall’energia idraulica sarebbero largamente sottostimati. In certe regioni del mondo, le grandi trattenute di acqua artificiali genererebbero importanti produzioni di metano (CH4), di cui il potere di riscaldamento è 25 volte superiore a quello del diossido di carbonio (CO2).

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“L’idroelettricità è una delle peggiori  forme di produzione di energia per la natura, dichiara Ulrich. Non è perché non emette CO2 che è un’energia rinnovabile”. Il militante ecologista s’indigna delle conseguenze di queste costruzioni che trasformano dei fiumi liberi in laghi artificiali. “La natura e le specie distrutte non sono rinnovabili. Quando un corso d’acqua è cementato, la qualità dell’acqua si abbassa, il livello delle acque sotterranee a monte della diga cala, mentre la fiancata è minacciato dall’erosione a causa della diminuzione dell’apporto di sedimenti.”

I discorsi positivi degli industriali cadono in ogni caso a proposito per i dirigenti dei Balcani, che sperano così di moderare le opposizioni a queste centinaia di costruzioni. La diversificazione energetica ricercata ha tuttavia poche possibilità di essere a profitto delle popolazioni locali che vedranno il loro ambiente quotidiano trasformato per sempre. “Se i promotori investono qualche volta nelle infrastrutture locali, questo ha un valore marginale per rapporto ai danni causati al patrimonio naturale e alla qualità dell’acqua, spiega Igor Vejnovic. L’idroelettricità è del resto vulnerabile ai periodi di siccità, che sono sempre più frequenti.” Le centrali dette “seguendo la corrente” previste nei Balcani rischiano di lasciare ben sovente i corsi d’acqua in secca.

Malgrado i problemi politici e sociali che colpiscono i paesi della regione, le mobilizzazioni si amplificano. La determinazione delle popolazioni locali a difendere i loro corsi d’acqua ha fatto perfino regredire diversi sbarramenti. In Bosnia, dove gli abitanti hanno occupato il cantiere della Fojnicka per quasi 325 giorni,  numerose costruzioni sono state fermate. A Tirana, il tribunale amministrativo ha dato ragione ai militanti e interrotto i lavori di una delle più importanti dighe previste sul Vjosa. Dopo essersi ritirata dal progetto sulla Ombla, in Croazia, la Berd ha sospeso il versamento dei 65 milioni di euro promessi per le grandi dighe del parco Mavrovo, in Macedonia, ed ha recentemente cominciato a privilegiare i progetti legati all’energia solare. Questa ondata di successi basterà a contrastare lo tsunami annunciato?

Fonte : Reporterre / Louis Seiller / gennaio 2018

Foto : © Louis Seiller/Reporterre salvo:

.chapo : il fiume Vjosa e il cantiere al blocco di una diga. © Gregory Douillard

.carta : River Watch

.pesce : © Wolfram Graf

– Articolo da me tradotto dalla lingua francese –

.Il mio commento –

Il problema di avere energia è comune a tutti i Paesi. Ognuno vorrebbe essere indipendente e non dover usufruire di energia proveniente da altri Paesi, con i relativi costi e obblighi.  Ma il mondo ha fame di energia, e oggi più che mai pretende che la stessa venga ottenuta attraverso tecnologie verdi, sicure ed accessibili a tutti. 

E’ significativo come anche il Brasile riveda le proprie posizioni a questo proposito. Un articolo su Reporterre di gennaio 2018, (vedi link qui sotto) e che traduco, riporta un discorso ministeriale che indica che “l’era delle grandi opere idroelettriche arriva alla sua fine”,  titola un quotidiano di Rio di Janeiro. Sia per ragioni di aumento di impopolarità di queste dighe, sia  per imperativi economici. Le risorse idriche che forniscono a questo paese il 70% della sua elettricità, si trovano principalmente nella regione amazzonica del nord del Brasile, dove i grandi progetti di dighe idroelettriche condotti dal governo hanno incontrato forti resistenze locali e internazionali. L’esempio più mediatizzato è quello della diga di Belo Monte, nello Stato del Parà, inaugurato nel 2016 dalla presidente dell’epoca, Dilma Rousseff. La mobilizzazione delle organizzazioni ambientali e delle comunità indiane contro il progetto ha tuttavia frenato l’estensione della diga, attualmente bloccata da una decisione di giustizia. Nel 2017, il governo aveva già annunciato che avrebbe cessato di battersi per condurre a buon fine una nuova diga sul fiume Tapajos, nello stesso Stato del Parà, un progetto sospeso nel 2016 su decisione dell’agenzia brasiliana per l’ambiente, Ibama.

Il considerevole sovrappiù delle mega dighe, assunto finora con i denari pubblici e la privatizzazione – imminente – dell’operatore di questi grandi lavori, Eletrobras, pesano tuttavia altrettanto che la mobilizzazione cittadina nella decisione del governo di frenare questa politica e rivolgersi di più verso le energie eolica e solare, spiega O Globo.  

(vedi Reporterre: Il Brasile gira le spalle alle grandi dighe idroelettriche) da : Courrier International.

                                                                                                                             -VM-

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