Certi comuni optano per dei filtri vegetali per catturare gli inquinanti delle acque e dei suoli. Così, polvere di radice di menta e di ripresa vanno bene per disinquinare la cascata di un comune che ospita la più antica miniera di zinco d’Europa. Tecniche “emergenti” ma che già convincono.

                         . Saint-Laurent-le-Minier  (Gard), servizio

Goccia a goccia, l’acqua scivola nei filtri riempiti di una polvere grigiastra, “radice di ripresa del Giappone macinata e seccata”, precisa Armelle, vestita con un camice bianco. Installata in un contenitore in mezzo ai castagni, il suo piccolo laboratorio pompa il flusso di una cascata. A monte, il torrente scende rapidamente dalla collina di Cévennes, dal vecchio giacimento di Malines, la più grande miniera di zinco d’Europa, chiusa nel 1991. “Ci saranno in totale quasi 500 km di gallerie, questo massiccio è come un vero formaggio con i buchi”,  conferma il sindaco di Saint-Laurent-le-Minier, André Rouanet. Un gruviera avvelenato: ogni ora, 15 m3 di acqua carica di zinco, di ferro e di metalli pesanti esce dalla montagna e scende fino alla Crenze, piccolo affluente della Vis, che si butta poi nell’Hérault.

Da più di trent’anni, una fabbrica di trattamento  della calce depura le centinaia di litri che gocciolano continuamente dalle gallerie minerarie. Generando tonnellate di fanghi tossici, di cui gli industriali non sanno più cosa farne. Ma una soluzione potrebbe uscire dal contenitore di Armelle. La giovane osserva la sottile rete che scorre dai suoi filtri vegetali: “L’acqua che esce non è più inquinata, dice, perché la pianta assorbe i materiali”. Semplice e efficace.

La polvere di  radice di menta è “specialista” dello zinco, la ripresa è tollerante al ferro, ecc.

“I sistemi di radici delle piante acquatiche sono adattati a vivere nell’acqua, dove i nutrienti sono molto diluiti, spiega Claude Grison, direttrice del laboratorio di chimica bio ispirata e innovazioni ecologiche del CNRS, all’origine del progetto. E’ quindi una struttura fisico-chimica che permette loro di captare un massimo di nutrienti.” Poiché i metalli assomigliano ai nutrimenti, questi vegetali assimilano anche gli inquinanti. “Ogni specie ha la sua “specialità””, precisa la ricercatrice. A Saint Laurent-le-Minier, l’acqua della cascata passa così da un recipiente che contiene polvere di radice di menta, “specialista” dello zinco, poi da un altro con la ripresa, tollerante al ferro ….. All’uscita del circuito, la maggior parte degli inquinanti sono stati catturati.

prototype_-_goutte_a_goutte-baee2

E’ quello che si chiama una “fitotecnologia”, termine che  raggruppa “un insieme di tecniche che utilizzano delle specie vegetali per estrarre, contenere o degradare degli inquinanti inorganici o organici”, secondo un rapporto pubblicato nel 2012 dalle agenzie nazionali del rischio industriale e dell’energia, l’Ineris e l’Ademe. Gli autori vi constatavano che le tecniche restavano “emergenti” e impiegate poco, a causa di una mancanza di ritorno dell’esperienza. In Francia, il mercato del fito risanamento  (cioè la bonifica dei suoli tramite le piante) è un mercato nascente, come lo conferma il debole volume di terre trattate con fito risanamento:  lo 0,3% del volume delle terre trattate nel 2010”, scrivono. Per quanto riguarda la decontaminazione dell’acqua, l’argomento è stato appena sfiorato. Tuttavia, le esigenze esistono: il nostro paese  conta più di 310.000 siti industriali, in attività o meno, dei quali alcuni generano inquinamenti importanti di idrocarburi, metalli pesanti o solventi.

cascade_d_eau_contaminee-0fff9

Se il principio, il “biosorbimento”, pare evidente, saranno stati necessari circa dodici anni a Claude Grison per mettere su  un protocollo valido. “Accompagnavo degli studenti che lavoravano sul fito risanamento  a Saint-Laurent-le-Minier, ricorda la ricercatrice. Dove i suoli erano molto inquinati, un’erbacea, chiamata  tabouret bleu, arrivava ugualmente a crescere.” Questa pianta, detta estremofila può sopravvivere su suoli “estremi”, dove la concentrazione di metalli è tossica per le altre piante. “I botanici vedevano questa pianta come un rifiuto, un vegetale contaminato, racconta Claude Grison. Per me, era una soluzione eccellente, poiché il tabouret bleu assorbe e accumula gli inquinanti.”

“Ci siamo resi conto che anche morte e macinate, le radici mantenevano la loro capacità di assorbimento”

Ne sono seguiti diversi anni di ricerca, nel Gard poi in Nouvelle-Calédonie, dove l’industria del nickel  provoca dei danni ecologici importanti. Poco a poco, la squadra di Claude Grison si è arricchita, con ecologi e biologi, ed ha lavorato sul disinquinamento dei suoli prima di interessarsi all’acqua, “principale vettore  dell’inquinamento”. Insieme, hanno identificato le specie “estremofile”  locali e perfezionato le tecniche. “Ci siamo resi conto che anche morte e macinate, le radici mantenevano la loro capacità di assorbimento”, spiega la chimica. Una buona notizia, perché è ben più facile disinquinare migliaia di metri cubi di acqua con la polvere vegetale che con le piante viventi in grande quantità. “Una delle principali sfide è stata di dimostrare che si poteva in seguito generare qualche cosa di utile con le piante”, fa notare. In effetti come fare affinchè le tonnellate di biomassa piene di contaminanti non si trasformino in nuovi rifiuti tossici da confinare?

bassin_de_decantation_-_traitement_a_la_chaux-d61cf

Claude Grison ha così cercato uno sbocco per questi vegetali …… con successo. “Le piante piene di metalli possono servire da catalizzatori per le reazioni chimiche”, spiega. Una volta macinate e passate da un trattamento termico che elimina la cellulosa – “senza nessun intrant”, assicura la scienziata –le radici o foglie danno una “polvere attivata” che permette di aumentare la fabbricazione di prodotti cosmetici, farmaceutici o anche plastiche”. “L’industria chimica ha bisogno di catalizzatori per accelerare o stimolare reazioni, precisa. Oggi essa utilizza dei metalli come il sale di zinco, che sono estratti; noi proponiamo loro degli eco-catalizzatori.” La quantità di polvere vegetale generata potrebbe interessare degli industriali in cerca di soluzioni virtuose? “C’è una forte domanda”, afferma Mme Grison.

Altro ostacolo da superare: trovare delle piante disinquinanti in quantità sufficiente per far fronte alle necessità spesso colossali dei siti industriali. “Per l’acqua, abbiamo iniziato a lavorare con la menta acquatica, dettaglia Claude Grison, un  vivaista del Gard ne fa crescere circa 50.000 piantine per noi.” Tre anni fa, la squadra del laboratorio ha avuto un nuovo intuito: perché non utilizzare le piante invasive che si sviluppano massicciamente sulle sponde, nei corsi d’acqua o gli stagni? “Renouée” del Giappone, giacinto d’acqua, “jussie” rampicante. “Abbiamo testato la loro tolleranza ai metalli presenti nell’acqua, questo si è rivelato interessante, soprattutto se li si stimola un po’ (1), dice Mme Grison. Un processo non completamente naturale, ma “semplice e poco costoso”.

9475337078_1c74599fd7_k-d3d69

In ogni caso, l’idea ha fatto centro presso le collettività locali. Non lontano da Saint-Laurent-le-Minier, lo Stabilimento pubblico territoriale del bacino del Gard si è rapidamente dimostrato interessato. “La renounée e la jussie sono molto presenti e pongono problemi di accesso alle sponde, di degrado degli ecosistemi, e problemi legati al rischio di inondazioni, spiega Jean-Philippe Reygrobellet, incaricato del progetto presso lo stabilimento. Non si parla neppure più di sradicamento, ma di gestione. Per la renounée, il solo metodo efficace, è lo sradicamento precoce, la macinazione molto fine e sotto teloni. Ma è costosa e con alto consumo energetico.”  Per cui ha accolto con entusiasmo la proposta del laboratorio di chimica ecologica. “Si tratta di uno sbocco  vitale, virtuoso per gestire il rizoma di renouée o di jussie, saluta. E continua:

E’ molto più morale perché non siamo mai a nostro agio come ecologisti quando il nostro unico obiettivo è di eliminare le piante, spesso a fondo perduto. Fornire rizoma come materia prima ci offre anche una nuova fonte di finanziamento”

equipe_du_laboratoire-93af4

Un sistema vincente che deve essere ancora consolidato. “Per il momento facciamo alla bell’e meglio, è artigianale”, riconosce Jean-Philippe Reygrobelle. Quest’anno gli scienziati sono venuti con  i loro rastrelli  per ricuperare le radici. “Per rendere perenne questa attività e svilupparla, dobbiamo passare attraverso una meccanizzazione dello sradicamento e della selezione”, aggiunge.

Dopo numerosi anni di ricerca in laboratorio, Claude Grison si augura anche lei di aumentare il passo di  marcia. Il suo laboratorio si è così sviluppato  in tutte le direzioni. Delle ricerche sono in corso per trattare gli inquinamenti da arsenico, a Salsigne nella vicina Aude, e anche per mettere a punto dei filtri efficaci contro i pesticidi e perturbatori endocrini. Soprattutto la squadra lavora al lancio di un’impresa con il sostegno del CNRS, allo scopo di sviluppare l’attività al di là di quanto fatto finora.

bassin_de_traitement_a_la_chaux-f04a0

La strada è ancora lunga per creare una filiera accettabile ma una prima pietra è già stata posta: nel contenitore di Armelle, a Saint-Laurent-le-Minier, un prototipo capace di trattare 7 m3 all’ora è in corso di test. Il sindaco segue da lontano le prove in corso, con una speranza, “trovare una soluzione duratura”  per sostituire il sistema di trattamento alla calce.

“L’inquinamento non è una fatalità, si può trasformare un cerchio infernale in un passo positivo, crede Claude Grison. Con i filtri vegetali, abbiamo una soluzione naturale, senza nessun impatto ambientale.” Sarebbe una panacea? “L’ideale resterà sempre di inquinare meno, ricorda la chimica. Ma numerosi territori sono già contaminati, bisogna trovare i mezzi per limitare i danni.”

  • I chimici fissano delle molecole naturali alla superficie della polvere, le quali rinforzano il potere di sequestrare gli inquinanti.

Leggere anche :

New Logo Fondation LEA NATURE+JB Bloc-QUADRI

Articolo realizzato con il sostegno della Fondation Léa Nature.

Fonte : Reporterre / Lorène Lavocat / Novembre 2019

Foto : Lorène Lavocat salvo:

.chapo : il tabouret bleu o tabouret des bois. Johndal / Flickr

.Menta acquatica. Mireille Muggianu / Flickr

Articolo da me tradotto dalla lingua francese –

.Il mio commento :

Prima di tutto vi chiedo di perdonarmi se qualche parola rimane nella lingua originale: non essendo del “ramo” non conosco e ancor meno riconosco la pianta di cui si parla, ed ho preferito alcune volte lasciare così per evitare confusioni.

L’argomento trattato mi sembra molto interessante ed utile. Credo che di terreni inquinati a causa di metalli pesanti ve ne siano ovunque e quanto stanno facendo questi ricercatori mi sembra di grande utilità e danno speranza. E’ vero, l’ideale sarebbe non inquinare, ma visto che ormai il danno è stato fatto e esiste, tanto vale almeno cercare di porvi rimedio come si può. Magari in futuro esisterà una soluzione migliore e magari non ci sarà più l’inquinamento ….  (ottimista vero ???).

                                                                                                                       -VM –